Inizio questa newsletter, prendendo spunto dal meraviglioso verso 33 degli Yoga Sutra di Patanjali, estratto dal quarto capitolo, quello della liberazione o “kaivalya”. Ricordo che alcuni studi filologici indiani identificano Patanjali con l’omonimo grammatico vissuto tra l’VIII e il III secolo a.c.; altri lo collocano in epoche precedenti.
ksana pratiyogi parinama paranta nirgrahyah kramah
Prima di riportarne il significato mi piacerebbe condividere con voi ogni singola parola che lo compone nel suo senso letterale:
Ksana: momenti
Pratiyogi: sequenza ininterrotta
Parinama: trasformazione
Paranta: alla fine
Nigrahyah: riconoscibile e comprensibile
Kramah: processo regolare
La sequenza ininterrotta dei momenti
(definita come “tempo” da BKS Iyengar nei suoi commentari)
è riconoscibile solo alla fine del loro rispettivo processo di trasformazione.
Il singolo istante confluisce in un processo che si può cogliere al termine del mutamento che ogni singolo istante attraversa. Gli istanti si accumulano progressivamente e se esperiti possono essere conosciuti.
I versi (sutra) di Patanjali si susseguono alla stessa stregua disegnando una preziosa collana di perle di saggezza. Il sutra 33 risulta così intimamente legato al 32 e al 34.
La sequenza ininterrotta dei momenti nel suo atto terminale corrisponde alla unione delle tre guna, ovvero alle tre qualità della natura (prakrti): sattva (saggezza), rajas (movimento) e tamas (inerzia), le quali riassorbite nella forma originaria, conducono lo yogi alla liberazione.
Secondo la scuola di pensiero Samkhya, la più antica filosofia sistematica apparsa fra le tradizioni hindù, il puro Spirito o energia primordiale, Purusa, è testimone inattivo dell’incessante evoluzione della prakrti, la materia da cui deriva ogni aspetto della realtà fisica, materiale e mentale attraverso delle successive differenziazioni.
L’evoluzione del cosmo nonché la sofferenza umana sono causati dall’influenza reciproca di Purusa e prakrti, e dalla separazione tra lo spirito e la materia. Il riassorbimento delle due entità in una unità originaria, è un processo che si conclude nel momento in cui le guna hanno adempiuto alle finalità spirituali legate al processo dell’esperienza e a quello della liberazione permettendo allo/a yogin/yogini di sperimentare ciò non solo a livello conoscitivo ma anche attraverso la meditazione più profonda.
Si può introdurre un ulteriore piano di lettura secondo il quale l’emancipazione dello yogi coincide con la fase finale del processo di trasformazione in cui la facoltà cosciente riposa nella sua pura essenza, sradicandosi dalle funzioni mentali. La coscienza costituisce il nucleo centrale intorno al quale si struttura l’intero apparato concettuale della psicologia yogica; durante la fase di sviluppo l’essere umano progressivamente si disidentifica dallo strumento conoscitivo per attuare invece l’unione con la coscienza sottostante già presente.
Il praticante all’inizio del suo cammino visualizza la mente con circospezione in quanto essa stessa appare come un ostacolo alla consapevolezza ricercata; poi gradualmente la concepisce come il ponte di collegamento verso tale consapevolezza, studiandola con dedizione.
La psicologia yogica viene così interiorizzata da coloro che hanno già valicato il ponte e osservato la mente, dalla favorevole posizione al di là di esso.
Ricollegandomi ai riferimenti iniziali relativi al fattore temporale, condivido con voi le prospettive e i significanti/significati che ksana e krama hanno generato in me. Torna subito nitida la distinzione greca tra chronos il tempo cronologico, convenzionale ed esterno a noi, e kairos, il tempo esistenziale, personale, colmo di eventi, emozioni e pensieri (un’ora di una noiosa conferenza e un’ora con la persona amata hanno un identico chronos ma un ben diverso kairos!).
I 75 e/o i 90 minuti delle classi di yoga cronologicamente definite aprono nuovi spazi di condivisione del nostro essere con l’universo intero.
Lo spazio e il tempo appaiono due elementi fondamentali affinché la pratica yogica sia implementata sia a livello di posture (asana), sia negli esercizi di respirazione (pranayama) sia in talune tecniche di meditazione.
Come incamminarsi verso la purificazione spirituale, quel processo di liberazione in cui anche le qualità della natura si dissolvono se un tappetino, un orologio e la mente contraddistinguono il nostro operato?
Lo yogi illuminato vive il momento presente senza essere intaccato dalle condizioni esogene – dunque neanche dal movimento!
Lo yogi illuminato impara a dialogare con quello straordinario angelo custode il quale dimora in quel mondo in cui le tre guna sono state riassorbite in una unica entità originaria.
L’angelo di quando in quando fa capolino vicino ai nostri cuscini di meditazione, ai nostri incensi e ai nostri tappetini aprendoci le porte della dimora dove ci si perde nell’infinita immobilità dell’essere spirituale.
La pienezza ontologica originaria viene così vissuta e rivisitata: conoscenza, sapienza e beatitudine si fondono in Satchitananda!
Benvenuti in Studio Jyotir
e
buona pratica yogica da qui all’eternità spirituale!
ૐ Hari Om Tat Sat ૐ
Gaia & Hector
www.studioyogapsicologia.com
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