La Bhagavad Gita, il “canto del glorioso Signore”, è venerata come shruti, dalle molteplici tradizioni indù tra cui si annoverano la scuola visnuita dei bhagavata, gli sivaiti, e i sakta.
In tale poema epico, suddiviso in diciotto discorsi composti da settecento versi, sloka, Brahman incarnatosi in Krishna, all’interno del campo di battaglia di Kurukshetra, rivela delle profonde verità spirituali al guerriero Arjuna, insegnandogli come raggiungere la liberazione attraverso l’adempimento dei propri compiti. Arjuna si trova in una situazione limite, ben più ardua di quella dell’individuo comune; egli è a capo di un esercito e dall’altra parte vede schierati i suoi stessi consanguinei. Il problema che lo attanaglia è in fondo il dilemma fondamentale in cui ogni essere umano si imbatte, quando cerca di conciliare il proprio agire quotidiano con la legge morale.
All’inizio del secondo discorso Krishna rincuora Arjuna scoraggiato e perplesso, personificando l’archetipo di uno psicologo empatico sorretto da un certo grado di introspezione vicariante, utilizzando un’espressione cara a Kohut (1982).
Il discepolo apprende l’essenza del karma yoga ovvero il distacco dai frutti dell’azione che pospone la via dell’ascetismo alla via dell’impegno sociale, reinterpretando quest’ultimo in un’ottica sacralizzata: “Ma colui che, padroneggiando i sensi mediante la mente, intraprende con distacco la pratica dello Yoga dell’azione, mettendo in opera le proprie facoltà attive, quello eccelle fra gli asceti. Quanto a te, compi le azione prescritte, perché l’azione è superiore all’inazione e la tua vita corporale non potrebbe essere mantenuta senza che tu agisca. A eccezione delle opere compiute per uno scopo sacrificale, l’azione è ciò che in questo mondo incatena” – (Bhagavad Gita, Discorso III, versi 7-9). Dissolvendo nel sacrificio il frutto dell’azione, l’individuo non genera nuovo karma, si svincola dal ciclo delle rinascite e può finalmente aspirare alla liberazione.
La Gita celebra anche gli altri sentieri yogici quali lo jnana yoga, la via della conoscenza spirituale: “Veramente nobili sono tutti questi; ma io considero l’uomo saggio come il mio vero sé; perché con mente ferma egli si è stabilito in me soltanto, come l’obiettivo più alto” – (Discorso VII, verso 18); il bhakti yoga, la via dell’abbandono devozionale a Dio: “Il più alto Purusha, o Arjuna, è raggiungibile con un’incredibile devozione a lui soltanto, dentro cui tutti gli esseri dimorano e da cui tutto questo è pervaso” – (Discorso VIII, verso 22).
Ad Arjuna vengono impartiti i metodi per controllare i sensi e la mente oltre alle tecniche di concentrazione e di meditazione, approfondendo gli elementi costitutivi del raja yoga: “Lo yoga è considerato essere superiore agli asceti, e agli uomini di conoscenza; è considerato superiore anche agli uomini di azione; quindi sii tu uno yogi o Arjuna!“ – (Discorso VI, verso 46). In particolare, il sesto canto si focalizza sull’aspetto più squisitamente contemplativo dello yoga, il samyama, perseguibile attraverso gli ultimi tre gradini dell’ottuplice sentiero ashtanga quali la concentrazione, la meditazione e il samadhi. Vengono descritti tecnicamente gli elementi dello yoga classico quali: l’osservanza della castità, la scelta di una posizione stabile in cui meditare, la concentrazione su un unico punto (ekagra), il controllo della mente attraverso la sospensione delle oscillazioni mentali.
I discorsi finali della Gita descrivono le varie manifestazioni di Brahman per preparare Arjuna alla visione della forma cosmica, grazie alla quale egli stesso esperisce la gloriosa natura di un essere liberato. Gli viene poi impartita la conoscenza del campo e del conoscitore del campo, dei tre guna (rajas, tamas e sattva) e del purushottama, equivalente allo spirito supremo. La sua conoscenza è infine completata con una spiegazione dei divini attributi, sorretti dalla fede ed arricchita da ulteriori considerazioni concernenti l’essenza dello yoga della rinuncia.
Al di là delle specificità che contraddistinguono i sentieri del karma, dello jnana, del bhakti e del raja, lo yoga esposto in quest’opera è chiaramente teistico, e si presenta come il risultato di una vasto intento, nel quale ogni forma di salvezza è considerata efficace se convalidata dalla fede. La Gita viene equiparata al “Vangelo dell’India”, proprio perché rappresenta una conciliazione tra i diversi sentieri (marga) della liberazione.
Fissa la tua mente su di Me, sii devoto a Me, sacrificati a Me, inchinati a Me;
Tu verrai a me; in verità te lo prometto perché tu mi sei caro.
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