Una serena rinascita accompagnati da Hiraṇyagarbha
In questi giorni prossimi alla Pasqua siamo particolarmente sensibili ai temi della rinascita e dei cicli trasformativi che sottendono le nostre esistenze.
Ognuno di noi giorno per giorno vive degli attimi significativi in cui ci si può sentire consciamente e inconsciamente all’interno di un cammino, dove si assiste all’attuarsi di una fase di incipit, seguita da una trasformazione, dal raggiungimento di un culmine e/o poi da una fase di ritorno allo stadio originario e/o da un termine, e/o da una fase conclusiva….e poi chissà da un nuovo inizio!
Il riuscire ad osservare alla stregua di spettatori e di testimoni tali andamenti più o meno dinamici, forse può donarci una visione serafica grazie alla quale dinnanzi all’irruenza degli eventi e al loro concatenarsi in un mondo iper-cinetico e sempre più virtuale, si è in grado di assumere una postura meditativa attraverso le intenzioni del corpo, della mente e dello spirito.
“Sthira-sukham-āsanam”, il verso II.46 degli Yoga Sūtra in cui Patañjali afferma che la postura yogica debba essere stabile e confortevole, può assumere le sembianze di un asana simbolica la quale può accompagnarci anche nel solo atto di generare delle intenzioni e/o dei pensieri, ovvero in un atto creativo.
L’aspetto generativo e rigenerativo lo si può vivere interiormente anche e soprattutto sotto forma di dialogo con la costellazione di immagini che pervadono il nostro substrato conscio e inconscio personale, il quale è in costante e perenne comunicazione con la coscienza e l’inconscio collettivi.
Carlo G. Jung ci insegna che la coscienza e l’inconscio si incontrano continuamente; la membrana che pensiamo li separi in realtà opera come un trait d’union tra le due dimensioni. “Non esiste contenuto della coscienza che non sia inconscio sotto un altro aspetto. E forse non esiste neppure psichismo inconscio che non sia al tempo stesso conscio” (C.G. Jung, Opere, Volume VIII).
Alla luce di ciò il processo di creazione, generazione e rigenerazione può ospitare un più ampio spettro di potenzialità di manifestazione: alcune più o meno visibili e manifeste, altre più velate e nascoste, in un continuum cromatico di diverse tonalità emotivo-affettive le quali nutrono l’arcobaleno espressivo.
L’uovo, all’interno del quale è racchiuso il germe grazie e attraverso il quale si attuerà una creazione, è da sempre stato considerato un simbolo universale della stessa.
L’uovo senza spigoli, senza principio né fine, è da sempre concepito come l’emblema della perfezione divina. E’ il seme primordiale, embrione e germe di vita di tutti gli esseri viventi.
Mircea Eliade nel suo Trattato di storia delle religioni scrive: “Il motivo dell’uovo cosmogonico, attestato in Polinesia, è comune all’India antica, all’Indonesia, all’Iran, alla Grecia, alla Fenicia, alla Lettonia, alla Estonia, alla Finlandia, ai Pangwe dell’Africa occidentale, all’America centrale e alla Costa occidentale dell’America del sud. Il centro di diffusione di questo mito deve probabilmente ricercarsi nell’India o in Indonesia. Qui la cosmogonia è il modello dell’antropogonia, la creazione dell’uomo imita e ripete quella del Cosmo. In Russia ed in Svezia sono state trovate uova di creta in molti sepolcri. Le statue di Dioniso trovate nelle tombe in Beozia portano un uovo in mano, segno del ritorno alla vita. Era invece vietato mangiare uova agli adepti dell’ orfismo in quanto questo culto misterico ricercava l’uscita dal ciclo infinito delle reincarnazioni cioè l’abolizione del ritorno periodico all’esistenza”.
Nella Chāndogya Upaniṣad (III, 19, I), si legge:
“L’uovo si aprì. Le due metà una d’argento e l’altra d’oro. La metà d’argento divenne questa terra; quella d’oro il cielo; la spessa membrana, l’oscurità delle nuvole; le piccole vene divennero i fiumi; la parte liquida, il mare. E ciò che nacque fu il sole”.
Nei ṛgveda si ritrova il mito dell’uovo cosmico Hiraṇyagarbha “grembo d’oro”, che ha permeato la cosmogonia-brahmano induista: esso galleggiava in illo tempore nell’oceano primordiale come un nucleo universale avvolto dall’oscurità della non-esistenza. Quando si dischiuse, dalla metà superiore del guscio, fatta d’oro, nacque il cielo; dalla metà inferiore, fatta d’argento, nacque la terra. Le membrane interne del guscio formarono le montagne e quelle esterne le nuvole; le vene e i liquidi formarono i fiumi e i mari. Da questa primeva creazione della cosmologia induista si è sviluppato l’Universo, fino a degradarsi secondo degli stadi successivi giungendo ad una sua conclusione, per poi ri-alimentari una serie di cicli kalpa alimentando un cerchio cosmico eterno.
Si sottolinea come l’oceano latte universale sia da alcuni studiosi paragonato al Chaos-materia prima degli antichi Greci, descritto nella Teogonia da Esiodo…
Leggendo le parole che animano i versi vedici e che descrivono gli elementi costitutivi dell’Universo, si apprende che sembrerebbe esserci un momento in cui esiste uno stato di indifferenziazione che a poco a poco si dispone ritualisticamente in delle determinate configurazioni.
Forse tale processo avviene anche nella genesi dei nostri progetti e/o delle nostre intenzioni; da uno stato di fusione di diversi componenti consce e inconsce, da uno stato di coniunctio tra degli aspetti impregnati di razionalità e degli altri nutriti dall’anima, a poco a poco divengono più nitidi dei canali espressivi in cui si canalizza la nostra energia creativa e simbolica.
Quale significato ha per noi l’uovo della creazione?
Quali riflessi come astro nascente può portare nelle nostre vite?
Può nutrire i momenti di serenità?
Può alleviare le forme di disagio e di sofferenza?
Come può rendersi protagonista delle nostre opere?
Può apparire ed ispirarci nelle nostre posture meditative?
Può accompagnarci nella nostra abilità di muoverci nel mondo?
Lasciamo questi interrogativi emergere alla stregua di un tesoro nascosto nel grembo dell’uovo cosmico racchiuso nel cosmo della nostra interiorità!
Gli insegnamenti dei maestri spirituali delle diverse tradizioni convergono in un messaggio significativo: ci insegnano come l’attraversamento delle selve oscure e/o l’incontrare le figure d’ombra dentro e fuori di noi, non possono che alimentare un prōgrĕdĭor verso nuove forme di consapevolezza e di ulteriore ricerca spirituale.
L’uovo diviene dunque rappresentativo di tale processo di ri-nascita, anche in linea con quanto Mircea Eliade ha sottolineato. Lo storico delle religioni nel suo Trattato di storia delle religioni afferma che “la virtù rituale dell’uovo” non si spiega attraverso una valorizzazione empirico-razionalistica dell’uovo inteso come germe bensì si giustifica con il “simbolo della rinascita ripetuta secondo il modello cosmogonico, incarnata dall’uovo stesso”.
Ecco le parole dell’autore: “Si prenda in considerazione uno qualsiasi di tali complessi mitico-rituali: la sua idea fondamentale non è la “nascita”, è invece la “ripetizione della nascita” esemplare del Cosmo, “l’imitazione della cosmogonia”.
Concludo tali breve riflessioni con un invito. Lasciamoci ispirare dalla enigmatica ed esemplare opera di Piero della Francesca: la Pala di Brera.
All’interno della stessa, l’uovo, fulcro centrale del dipinto, pende dall’alto di un soffitto a volta, appeso alla sommità di una conchiglia scolpita in una arcata semicircolare anch’essa ovoidale…L’uovo fluttua sopra la figura della Madonna, il cui volto è ovoidale, simboleggiandone l’immacolata concezione nonché la natura generatrice di vita e la perfezione divina….
Serene visioni, buoni cammini di ri-nascita, limpidi Inizi e ricongiungimenti con l’infinito!

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