Equanimità e Processo di Individuazione in dialogo

Equanimità e Processo di Individuazione in dialogo

Desidero condividere alcune riflessioni in merito al processo di individuazione esplorato e approfondito da Carl Gustav Jung e alla opportunità di incamminarsi lungo lo stesso, sorretti da un “aequo animo” ovvero sentendosi equanimi.

Il principio di equanimità è magistralmente espresso nello sloka II.48 della Bhagavad Gītā, uno tra i più celebri dell’opera; in tale verso, Kṛṣṇa esorta Arjuna nel modo seguente:

“Saldo in questa disciplina, fai ciò che è tuo dovere, lasciando ogni attaccamento, oh Dhanañjaya,
rimanendo fermo sia nel successo che nell’insuccesso: questa equanimità si chiama Yoga”.
yoga-sthaḥ kuru karmāṇi saṅgaṁ tyaktvā dhanañ-jaya
siddhy-asiddhyoḥ samo bhūtvā samatvaṁ yoga ucyate

 Kṛṣṇa invita Arjuna a “rimanere fermo” nello Yoga inteso come una intima unione tra l’anima individuale e lo spirito universale Brahman. La condizione del “rimanere fermo” corrisponde al dovere spirituale del discepolo guerriero Arjuna che si perfeziona attraverso il distacco dall’attrazione per il successo, il distacco dal ripudio dell’insuccesso e attraverso la capacità di perseguire uno stato di gioia senza fuggire dal dolore.

Lo Yoga è samatvam ovvero lo Yoga è la dimora dell’equilibrio tra gli opposti, dvandava; lo Yoga è una domus aurea nella quale possono ri-armonizzarsi le tensioni interiori ed esogene che spesso minano la serenità degli esseri umani lasciandoli naufragare verso aspre terre da cui è difficile e quanto mai arduo ritornare pervasi da uno stato di serenità e di integrità.
Grazie alla condizione yogica samatvam ho colto quanto i dialoghi tra Kṛṣṇa e Arjuna nel campo di Kurukṣetra
(laddove si svolge la faida familiare tra i Pāṇḍava e i Kaurava che simboleggiano la lotta ahimè ancestrale tra il bene e il male), rivestino una importanza significativa per quello che è considerato il telos umano par excellence: la realizzazione umana della propria completezza ed autenticità.
L’equanimità funge da strumento cruciale per facilitare e sostenere il capisaldo dell’architettura ermeneutica junghiana, il processo di individuazione.

L’individuazione viene definita da Carl Gustav Jung come:

il processo di differenziazione che ha come meta lo sviluppo della personalità individuale; essa rappresenta quindi lo sviluppo delle particolarità di un individuo, sulla base della sua disposizione naturale. Pur costituendo una “via individuale” che può deviare rispetto a quella consueta, essa deve condurre ad uno spontaneo riconoscimento delle norme collettive. L’individuazione rappresenta un processo di elevazione spirituale: essa porta infatti ad un “ampliamento della sfera della coscienza”.
(C. G. Jung, Opere Vol VI, 1921).

Nelle dinamiche che coinvolgono il sentiero di ricongiungimento con il proprio Sé più autentico non si deve tralasciare l’adattamento verso il mondo esterno. L’equanimità risulta quanto mai pivotale al fine di evitare delle tendenze unilaterali o verso la sola sfera intrapsichica e/o verso la sola sfera intersoggettiva e relazionale.

L’individuazione è un principio regolatore che accompagna continuamente la vita dell’individuo, nel suo dialogo interiore e in quello rivolto al prossimo:
“L’individuazione è un’unificazione con se stessi e, nel contempo, con l’umanità, di cui l’uomo è parte.” (C.G.Jung, Opere Vol XVI, 1945, pag.118).

Sono numerose le sfide che si incontrano in quel processo evolutivo in cui l’uomo porta ad esistenza la propria essenza, il “DNA psichico” che Hillman designa come ghianda. Nel “Codice dell’anima“, Hillman introduce la “teoria della ghianda” per spiegare come ogni individuo abbia una immagine innata, un “codice” che rappresenta la sua vocazione, proprio come la ghianda contiene il potenziale per diventare una quercia.

L’uomo che percepisce la chiamata al viaggio individuativo si imbatte in primis nella maschera sociale e nell’ombra (primi due stadi), e a seguire nel confronto con l’Anima e l’Animus e lo Sviluppo del Sé (terzo e quarto stadio che saranno approfonditi in una successiva Newsletter).
La maschera viene indossata per adattarsi alle convenzioni e alle esigenze della società (Carl Gustav Jung chiama tale maschera  “persona”, riferendosi al termine latino con cui si designava la maschera teatrale).
Segue poi il confronto con la propria ombra, termine junghiano che rappresenta tutti gli aspetti della personalità rimossi e/o negati dall’io e spesso proiettati negli altri.
Un esempio significativo dell’incontro con l’ombra viene donato dallo scrittore Conrad attraverso il romanzo “Il compagno segreto”, nel quale se il capitano, protagonista del romanzo, non fosse stato sorretto da uno sguardo equanime, non sarebbe riuscito ad ospitare la sua ombra rappresentata dal primo ufficiale Leggatt (accogliendolo nella propria cabina e poi lasciandolo andare al suo destino con l’offerta di un cappello come dono).
Al fine di riconoscere ed armonizzare la persona e le proprie ombre, si rende necessaria ed auspicabile una visione equanime, volta a conseguire uno stato di catarsi dai propri fantasmi interiori. L’equanimità consente di redimersi dalla identificazione eccessiva con la maschera sociale e/o dalla proiezione negli altri di quegli aspetti negativi non accettati della propria personalità.

All’interno del processo individuativo, Carl Gustav Jung ci insegna a promuovere un processo di integrazione, chiamato funzione trascendente, che conduce verso uno speciale “regno intermedio”, un luogo psichico di scambio dinamico e simbolico tra la coscienza e l’inconscio.
“La psiche consiste, infatti, in due metà incongruenti che insieme dovrebbero formare un tutto…
…Coscienza e inconscio non producono come sintesi un tutto se l’una è repressa e danneggiata dall’altro e viceversa. Se devono combattere tra loro, che sia almeno una battaglia leale con eguali diritti
per entrambe le parti. L’una e l’altro sono aspetti della vita.”
(C. G. Jung, Opere Vol IX/I, 1939, pag. 278-279).

Emerge una nitida corrispondenza tra la funzione trascendente junghiana e l’equanimità: una visione equanime e non stereotipata può favorire il superamento di visioni unilaterali tendenti o alla sola immagine conscia o alla sola imamgine inconscia.
Ancora Carl Gustav Jung afferma:

“Non esiste contenuto della coscienza che non sia inconscio sotto un altro aspetto.
E forse non esiste neppure psichismo inconscio che non sia al tempo stesso conscio”.
(C. G. Jung, Opere Vol VIII, 1947/54, pag. 206).

Individuarsi secondo Carl Gustav Jung travalica il divenire coscienti di ciò che siamo; individuarsi comporta il passaggio ad una coscienza simbolica, salvata dall’irrigidimento nella dimensione razionale in cui la cultura occidentale l’ha costretta[1] e aperta ai misteri inconoscibili della rivelazione e alla ulteriorità di senso che l’inconscio racchiude[2].
Quando la coscienza simbolica ci pervade, possono aprirsi delle nuove prospettive e degli slanci che ci spingono a elargire un dono speciale: l’equanimità.
L’equanimità nascendo da un incontro simbolico tra coscienza e incoscio, anima le nostre intenzioni, azioni e sguardi, divenendo così “simbolica” nel senso più profondo del termine. In virtù di ciò, essa agisce costantemente nella direzione del sym-ballein, ovvero il “mettere insieme”, l’unire… Questo percorso ci conduce metaforicamente nel campo di Kurukṣetra in compagnia di Arjuna e di Kṛṣṇa. È in questo spazio di confronto che possiamo scoprire e attribuire nuovi significati alle nostre esistenze.

Hari Om Tat Sat!
Serene riflessioni, Gaia

Bibliografia

Bhaktivedanta Swami Prabupāda, (2013) La Bhagavadgītā così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust: Bergamo.

Caramazza, E. (2024) L’Ombra assoluta, Moretti & Vitali Editori: Bergamo.

Conrad, J. (1919/2001) Il compagno segreto, Rizzoli: Milano.

Galimberti, U. (1997), La terra senza il male: Jung dall’inconscio al simbolo, Feltrinelli: Milano.

Hillman, J. (2009) Il codice dell’anima, Adelphi: Milano.

Jung, C.G. Opere, Bollati Boringhieri: Torino

  • 1921 “Tipi Psicologici”, nel Vol VI.
  • 1939 “Coscienza, Inconscio e Individuazione”, nel Vol IX/I.
  • 1945 “La Psicoterapia Oggi”, nel Vol XVI.
  • 1947/1954 “Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche”, nel vol. VIII.

[1] Galimberti (1997), pag. 185.
[2] Caramazza (2024), pag. 290.

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