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Namasté Newsletter:
Lo YOGA e Pariṇāma

Desidero dedicare questa Newsletter al concetto di Pariṇāma, un affascinante termine sanscrito al quale viene associato il significato di cambiamento e/o di mutamento.
Come già sottolineato nelle precedenti Newsletter, i Sutra di Patañjali costituiscono un caleidoscopico substrato conoscitivo, aiutandoci nella riflessione e nella continua ricerca di significati.
In particolare nel verso YS III.13, Patañjali asserisce che ”il mutamento degli stati mentali può essere classificato secondo dharma, lakṣaṇa e avasthā”.
La parola polisemantica Dharma, nell’ambito dei sutra commentati da Vyāsa, designa le qualità di uno specifico stato mentale e/o di un determinato oggetto conoscitivo; lakṣaṇa e avasthā indicano i rispettivi stati temporali (presente, passato e futuro) e le condizioni caratterizzanti tali stati mentali e/o oggetti conoscitivi. Per comprendere meglio quanto espresso, a titolo esemplificativo si prenda in considerazione un vaso; in particolare:

  • Dharma si riferisce al vaso il quale allo stato potenziale si trova nell’argilla;
  • Lakṣana si riferisce al vaso che può esistere nel presente e/o può essere esistito nel passato e/o esisterà nel futuro;
  • Avasthā si riferisce ad un vaso in buone o cattive condizioni.

Il complesso tema del mutamento è strettamente intrecciato come un nastro di Möbius, con la teoria satkāryavāda la quale risulta condivisa sia dallo Yoga che dal Sāṃkhya, due delle sei scuole filosofiche indiane, chiamate Darśana. Darśana allude a quella visione della realtà, fenomenica e divina, che i saggi e gli asceti hanno conseguito grazie alla rispettiva disciplina spirituale e contemplativa.
Secondo la teoria satkāryavāda, poiché ogni effetto è già presente all’interno della propria causa, la realtà manifesta risulta essere semplicemente una trasformazione della causa ultima, che funge da substrato eterno e omnicomprensivo. Tale substrato viene denominato dharmin.

Mi scuso se nel paragrafo successivo enfatizzo dei concetti comprensibili solo da coloro i quali hanno approfondito il Samkhya e l’opera Sāṃkhyakārika di Īśvarakṛṣṇa, all’interno della quale nel verso IX, si legge appunto che la causa incorpora l’effetto; mi ricongiungerò poi immediatamente al fil rouge che sottende la Newsletter senza richiedere delle specifiche competenze nell’ambito della filosofia yogica ma solo il vostro interesse (spero) ed intuito.
Gli studiosi del Sāṃkhya, ritroveranno nella Prakṛti e nella sua configurazione espressiva rappresentata dai guna, il substrato dharmin. L’immagine del movimento costante caratterizzante i guna induce a riflettere sulla natura intrinseca della realtà fisica e psichica; in particolare, quella natura si identifica con il continuo processo di cambiamento e il mutamento si riferisce alla variazione delle qualità, delle condizioni e degli stati di Prakṛti. Un albero di mele può giungere al termine del proprio ciclo vitale dissolvendosi nella Prakṛti, per poi riapparire, alimentando una nuova nascita e assumendo le peculiarità di un nuovo albero…

Il filosofo Surendranath Dasgupta, all’interno della sua celebre opera, The History of Indian Philosophy, (1922, pag. 257) afferma:
“La produzione degli effetti corrisponde solo ad un cambiamento interno dell’ordine degli atomi (anu) nella causa e questo è insito in forma potenziale; così è sufficiente un piccolo allentamento delle barriere che avevano ostacolato il verificarsi di tale cambiamento o ri-arrangiamento perché si verifichi il nuovo ordine – l’effetto. Tale dottrina è definita come satkāryavāda, termine grazie al quale si deduce che kārya o effetto è sat ovvero esistente anche prima che inizi l’operazione che lo causerà…”.

Alla luce di quanto espresso, è interessante sottolineare come la teoria satkāryavāda si avvicini all’impianto filosofico dell’eleate Parmenide, secondo il quale è impossibile implementare una “creatio ex nihilo”, poiché è impossibile transitare dal non essere all’essere. Nel celebre poema “Sulla Natura” Parmenide affermando l’impossibilità del non-essere, reinterpreta il mondo fenomenico alla luce di tale asserzione; non nega la realtà delle entità che divengono, ma esclude l’implicazione del non-essere.
Tale prospettiva permea anche la Chāndogya Upaniṣad, nei cui versi 6.2.1 e 6.2.2 si celebra l’unitarietà dell’Essere senza la contemplazione di uno stato di Non Essere; e si ritrova anche all’interno della Śvetāśvatara Upaniṣad, nei cui versi 1.15 e 1.16 viene descritto l’Ātman onnipervadente: “Come l’olio nei semi di sesamo, il burro chiarificato nel caglio, l’acqua nei rivoli che scorrono sottoterra e il fuoco negli arani, così quell’ Ātman viene realizzato da colui il quale lo percepisce grazie alla verità e tramite l’ascesi”.

La teoria Satkāryavāda permea i Saṃskāra  e gli stati temporali. I Saṃskāra vengono resi obsoleti e improduttivi nel momento in cui la loro matrice causale costituita dalla mente, dalla motivazione e dall’oggetto di consapevolezza viene meno. Il passato e il futuro esistono nel presente non come entità separate da quest’ultimo, ma sotto forma di presenza latente…

 “…Per qualche istante proviamo a chiudere i nostri occhi e ad immaginarci nell’atto di compiere la nostra amata pratica yogica quotidiana. Alla luce della teoria Satkāryavāda, forse potremmo osservarci nell’atto di esplicitare delle intenzioni latenti, auspicabilmente in linea con l’ottuplice sentiero di liberazione Aṣṭāṅga, già sedimentate in delle ancestrali e primordiali fondamenta spirituali che di volta in volta possono scegliere se manifestarsi nella danza ritmica degli Āsana e/o del respiro…e/o rimanere latenti e silenziose ma pur sempre vive e presenti nella sadhāna…”
ૐ Hari Om Tat Sat ૐ Gaia

 Bibliografia
Filippani – Ronconi P., Upaniṣad antiche e medie, Bollati Boringhieri, Torino, 2007.
ĪśvaraKṛṣṇa, (1994), Sāṁkhyakārikā: Le strofe del Sāṁkhya, con il commento di Gaudapāda, Āśram Vidyā, Roma, 2014.
Parama Karuna Devi, (2012), Le 108 Upanisad, Jagannatha Vallabha Vedic Research Center, Jagannata Puri Odisha, 2018.
Raphael, (2010), Upaniṣad, Bompiani, Milano, 2015.

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